Il Carnevale in Valle dei Mòcheni

Storia di un rito che attraversa le generazioni

Il primo Carnevale che ricordo aveva l’odore della fuliggine.
Avevo sei anni e mia madre mi teneva per mano davanti all’uscio di casa. Io guardavo la strada innevata e aspettavo qualcosa che ancora non conoscevo. Poi li ho visti arrivare di corsa: il Betcho davanti, la Betcha dietro. Ricordo di aver riso, ma avevo anche paura di quei due “vecchi” che urlavano. Ridacchio sempre quando ho paura.

Il vecchio aveva il volto nero e una gobba enorme sulla schiena. La vecchia lo inseguiva con uno scopino, minacciandolo come si minaccia qualcuno che si conosce da sempre. Non capivo bene cosa stesse succedendo, ma percepivo che tutta la Valle stava parlando una lingua che io ancora non avevo imparato.

Quando mi hanno segnato la guancia con la fuliggine ho trattenuto il respiro. Solo anni dopo ho capito che quel segno era un invito, un gesto che mi stava dicendo “Tu fai parte di questo!"

Valle dei Mocheni - Carnevale Mocheno - Maschera Betscho e Betscha

Crescendo, il Carnevale è stato movimento, rumore, divertimento. Poi, da ragazzo, è diventato attesa. Aspettavo il ballo.

La musica della Reta mi entrava dentro. Quello era il periodo in cui arrivavano ragazzi e ragazze dai paesi vicini. In un paese dove per mesi si vedevano sempre le stesse persone, il Carnevale apriva una finestra da cui entravano nuove possibilità a passo di danza.

Ho visto coppie nascere in quei balli, fidanzamenti annunciati tra le risate del pubblico e diventati poi matrimoni l’anno dopo. È così che ho iniziato a realizzare che il Carnevale in Valle dei Mòcheni non era una semplice festa in maschera, ma un rituale sociale antico e necessario.

Quando nella messinscena dei Betchi arrivava la lettura del testamento, i nomi delle coppie venivano letti ad alta voce, prima i coscritti e le coscritte, poi tutti gli altri. Era così che si rendeva pubblico, tra una presa in giro e l’altra, ciò che stava nascendo e che durante l’anno restava sospeso.

 

Ma la prima volta che ho capito davvero cosa fosse il Carnevale è stata quando ho seguito il corteo dall’inizio alla fine. Non solo il pomeriggio in piazza, dove c’era tanta gente e confusione, ma anche prima, casa per casa.

Il vecchio e la vecchia si fermavano sugli usci e facevano una beneaugurante semina come fossero in un campo. Le famiglie immaginavano così nel loro futuro ricchi raccolti, orti pieni e lavori che andavano bene. Dentro a quella rappresentazione goliardica c’era una cosa serissima: il desiderio collettivo di abbondanza e fertilità.

Dietro arrivava il padrino, l’«Oiartroger», con la cassetta sulle spalle. Dentro c’erano le uova offerte dalle famiglie, adagiate nella segatura perché non si rompessero. Ogni casa ne lasciava qualcuna e quelle uova diventavano poi simbolicamente delle torte, che sarebbero state spezzate e distribuite a tutti, direttamente dalle padelle.
Ecco cos’è la fertilità in Valle dei Mòcheni: che non manchi niente, che non si resti soli e che l’anno che arriva abbia più forza di quello che finisce.

Valle dei Mocheni - Carnevale Mocheno - Maschere

Poi un anno ho fatto il Betcho. È successo un po’ per caso, come spesso succedono le cose importanti: qualcuno ha chiesto, qualcun altro ha detto il mio nome, io ho detto sì prima di capire cosa significasse davvero.

Essere il vecchio vuol dire responsabilità, portare sulle spalle il paese e soprattutto sapere che ogni parola verrà ricordata, perché ogni battuta tocca qualcuno. Quando ho letto il testamento ho sentito il peso di tutto questo. Mentre tutti ridevano, lasciavo per finta alle coppie i beni peggiori: i pendii più ripidi, le case storte, le classi rumorose, i campi scomodi. Ma in quelle risate c’era riconoscimento e consapevolezza.

Quando sono caduto a terra fingendomi morto, ho messo in scena quella che è la trasformazione insita nel Carnevale mòcheno: muori simbolicamente per tornare in piedi diverso. È un Capodanno senza conto alla rovescia verso la mezzanotte, senza botti.

 

Oggi, quando arriva il Carnevale a Palù, vista l’età cammino e non corro più. Ma riconosco i gesti che da bambino mi sembravano così strani: il segno nero sulle guance delle ragazze nubili e dei bambini, il suono della campana del padrino, i semi sulle soglie, il ballo sul sasso, le torte e i nomi chiamati ad alta voce.

E quando alla fine si brucia la gobba del Betcho insieme al testamento, resto sempre a guardare il fuoco finché non rimane solo brace. Perché è in quel momento che sento, forte, tutto quello che questo rito rappresenta.

Pubblicato il 04/03/2026